E alla fine è giunto il momento di lasciare lo sport agonistico. Lo faccio senza rimpianti, felice per le ultime stagioni che ho passato a Stresa, ma anche consapevole che è meglio tagliare di netto, lasciando un buon ricordo che trascinarsi per il parquet come un monito sull’età con il numero 5.
Gioco a basket da quando avevo 12 anni, ne ho 50, credo si essermelo guadagnato il diritto alla “pensione”.
Per favore non chiedetemi di fare l’allenatore, l’ho fatto a 18 anni, allenando la prima squadra femminile della mia città e ho combinato solo “casini”, mi sono scottato non solo le mani ma anche i piedi e la testa, ma ho imparato a “lavorare” con l’universo femminile e questa esperienza mi è servita durante tutto l’arco della mia vita professionale e ancora mi è utile.
Poi ho allenato per pagarmi l’Università, un’esperienza entusiasmante! Ho seguito i ragazzi di una cittadina industriale, senza altro polo di attrazione che un incrocio brulicante di macchine tra due strade statali e li ho portati da non capire nulla di basket e perdere tutte le partite (contro la prima in classifica
Tanto meno chiedetemi di fare l’arbitro. Non riesco a giudicare le cose e i fatti, riflettendoci sopra, figuratevi in una frazione di secondo. Certo spesso esprimo il mio parere: “fallo”, “passi”, ecc… ma è il mio punto di vista e non una sentenza!
E a proposito di arbitri lasciatemi dire la mia su una questione ancora fresca, risale solo a qualche settimana fa, ma che non ha finito di bruciarmi. Il primo fallo tecnico della mia carriera. Sicuramente era ingiustificato, dato da un arbitro che ha iniziato a dirigere “sopra le righe” che voleva vivere una serata da protagonista (poteva anche tirare dei sassi alle lampadine o pisciare nei serbatoi delle macchine, ci sono tanti modi per fare i protagonisti deteriori) che accortosi di aver punito eccessivamente gli avversari in una precedente occasione, si è sfogato riequilibrando i conti col primo “pirla” che passava dalle sue parti. Il problema è che quel “pirla” ha il senso dell’autorità, anche in campo, e se un’ “autorità” si degrada, anche semplicemente in un campo da basket, vi è una scissione tra il concetto di autorità e quello di autorevolezza e ne subisce un danno d’immagine tutto il “senso dell’autorità” in generale.
Veniamo dunque ai ringraziamenti che cercherò di contenere il più possibile per non cadere nel patetico.
Grazie a Daniele, infaticabile lavoratore in campo e fuori, senza di lui non ci sarebbe
Grazie a Claudio, lui si veramente inossidabile, da quando abbiamo smesso di “menarci” agli allenamenti il nostro rapporto è migliorato, meglio piantare le piantine nell’orto che i lividi.
Grazie a Marco che mi segue da Genova, dove vive per lavoro e, respirando l’aria del porto, gli sta venendo il braccino corto: mi ha scritto che se smetto di giocare vuole vendere le azioni della squadra, per paura di un loro deprezzamento. Tienile care Marco, sono “azioni” affettive non costano nulla e offrono i loro dividendi anche se sei in fondo alla classifica.
Grazie a tutti, per la pazienza, per le palle perse, i passaggi mancati, i tiri di troppo. Ma non me ne vado fuori dalle balle, smetto di indossare la maglia gialla col numero 5, ci vediamo quest’estate al campetto.
M5